11. Le rivolte popolari contro i vescovi simoniaci.

   Da: R. Morghen, Gregorio settimo, UTET, Torino, 1942

 I tumulti e le sommosse popolari provocati dalla vasta diffusione
di una gerarchia ecclesiastica corrotta, trovarono nell'anno 1066
a Milano e a Firenze, come ci narra lo storico medievalista
Raffaello Morghen, momenti di alta drammaticit, che terminarono,
nel caso fiorentino, nella cacciata del vescovo simoniaco Pietro
Mezzabarba.


   Il 1066 fu un anno particolarmente agitato anche per quello che
riguarda gli sviluppi della rivoluzione religiosa popolare che
Alessandro secondo [papa dal 1061 al 1073] e Ildebrando
[Ildebrando di Soana, futuro papa Gregorio settimo] avevano
largamente incoraggiata negli anni precedenti, per farsene uno
strumento nella lotta contro il clero mondano e corrotto.
   Tale lotta era degenerata a Milano in una spietata caccia
all'uomo ed era giunta agli eccessi pi crudeli e inumani della
guerra civile. Morto Landolfo [Landolfo Cotta, chierico], aveva
preso il suo posto il capo della Pataria, vicino al chierico
Arialdo [altro noto capo della Pataria milanese], il fratello di
Landolfo, Erlembaldo, nobile cavaliere senza macchia e senza paura
[...]. Erlembaldo guidava i suoi seguaci nella lotta quotidiana
contro i nemici della Pataria agitando il vessillo di S. Pietro
che gli era stato dato da Ildebrando e con parola infiammata
scatenava contro il clero simoniaco le passioni pi violente della
folla fanatica. Avendo l'arcivescovo Guido, dopo il concilio di
Mantova, aderito all'antipapa Cadalo [1061-1072], la guerra fra le
due parti si era riaccesa con maggiore accanimento. Un giorno i
Patari invasero perfino la basilica di S. Ambrogio, malmenarono
l'arcivescovo che pontificava, e lo lasciarono ferito ai piedi
dell'altare. Allora una nipote di Guido, donna Oliva, che i
contemporanei paragonano alla biblica Erodiade [responsabile della
morte di Giovanni Battista], riusc ad avere nelle mani il
chierico Arialdo e, fattolo trasportare in un'isola del lago
Maggiore, lo fece suppliziare con ferocia raffinata. Il misero
ebbe strappati gli occhi, la lingua, le orecchie e fu seviziato
fin nelle parti pi intime del corpo, mentre, incrollabile nella
sua fede, seguitava a proclamare la simonia e l'indegnit
dell'arcivescovo Guido. Quando i Patari vennero a conoscere la
fine atroce di Arialdo, il tumulto scoppi irrefrenabile.
Salvatisi a stendo dal furore popolare e stretti d'assedio nel
loro palazzo, Guido e donna Oliva dovettero cedere alla folla il
corpo straziato della loro vittima, che fu portato
processionalmente in citt e venerato come la reliquia di un
martire.
   Quanto avveniva a Milano, si ripeteva anche a Firenze quasi
nelle stesse forme e presso a poco nello stesso tempo.
   Contro il vescovo Pietro [Pietro Mezzabarba] [...] si era
levata l'accusa di simonia da parte dei seguaci di Giovanni
Gualberto, allora abate del monastero di S. Salvi [...].
L'opposizione popolare contro di lui cresceva ogni giorni di pi,
assumendo forme addirittura minacciose. L'astensione dai
sacramenti e dalle funzioni officiate dal vescovo e dal clero a
lui devoto, era divenuta quasi generale, Pier Damiani, andato a
Firenze per ricondurre la calma nel popolo esaltato, aveva dovuto
constatare con dolore che, per l'intransigenza dei nemici del
vescovo, circa mille fedeli erano fino allora morti senza
sacramenti, ed invano egli aveva diretto agli indocili fiorentini
il suo De sacramentis per improbos administratis, in cui, ancora
una volta, difendeva la nota dottrina sacramentale secondo la
quale i carismi non perdono la loro efficacia pur se amministrati
da sacerdoti indegni [...].
   Anche a Firenze, forse in rapporto a quanto era gi avvenuto in
Milano, la crisi scoppi violentissima nel 1066, quando i fedeli
del vescovo Pietro, dato l'assalto al monastero di S. Salvi a
Settimo, sottoposero quei monaci a violenze gravissime, suscitando
le pi vive reazioni del fautori della riforma.
   Il monaco Andrea, discepolo di Giovanni Gualberto, ci ha
lasciato un racconto quanto mai vivo e pittoresco delle tumultuose
vicende di quei giorni nei quali, insieme alle manifestazioni di
fervore religioso, si palesano nel popolo fiorentino uno spirito
di indipendenza e una coscienza della propria forza che ci fanno
presagire con certezza la temperie spirituale dell'imminente
comune.
   Rinsaldati nella loro fede dalla prova subita, i monaci di S.
Salvi si erano gettati nella lotta senza esitazione. Si recarono a
Roma a denunciare il vescovo Pietro come simoniaco e si offrirono
di provare l'accusa con un giudizio di Dio [consisteva nella prova
del fuoco]. E per quanto pi volte, e sempre invano, chiedessero
al Papa il permesso di tentare la prova, essi non abbandonarono
pi questa loro idea, di chiamare lo stesso Iddio a giudice della
verit, con uno di quegli spettacoli che tanta suggestione
dovevano suscitare nell'animo di quegli uomini appassionati e
fanatici, cos proclivi all'attesa del miracolo e alla fede nelle
manifestazioni del sovrannaturale.
   A Roma, dove la maggioranza dei vescovi della curia era
favorevole a Pietro, l'arcidiacono Ildebrando fu sempre il
difensore pi tenace e il patrono pi autorevole dei monaci di S.
Salvi.
   In breve la marea dell'opposizione popolare contro il vescovo
si fece cos minacciosa che lo stesso clero secolare di Firenze,
in un primo momento favorevole a Pietro, fin per piegare dalla
parte avversa e per aderire all'idea di risolvere una buona volta
con un giudizio di Dio la grave situazione che si era creata. Lo
spirito della rivolta popolare prese cos il sopravvento sulla
stessa autorit del Pontefice [...]. La prova del fuoco fu decisa
con il consenso unanime dei monaci, del popolo e dello stesso
clero fiorentino, che dava poi notizia al Pontefice del miracolo
avvenuto dopo la celebrazione del solenne giudizio.
   Il giorno fissato per la prova una folla tumultuosa [...] si
accalcava per la strada di Settimo nei cui pressi sorgeva il
monastero di S. Salvi. Uomini, donne, chierici in numero di circa
3000 si raccolsero in cerchio intorno a due grandi cataste di
legno che erano state innalzate in luogo adatto, fuori del
monastero. Da una parte era stato eretto l'altare dove il monaco
prescelto dall'abate per sostenere la grande prova doveva
celebrare la messa.
   Intanto nell'attesa si elevavano dalla folla canti, litanie,
salmi e l'animo dei singoli, gi acceso di fervore, si andava
sempre pi esaltando per la suggestione stessa del fervore comune,
per l'aspettativa dello spettacolo, per l'ardore di fede che
emanava dalla faccia del designato al grande cimento, per la
solennit dei riti che si svolgevano.
   Il monaco Pietro, gi custode di vacche e di asini, divenuto
poi uno dei pi ardenti seguaci di Giovanni Gualberto, era stato
scelto dall'abate come campione della verit.
   A un certo momento egli si avanza vero l'altare per celebrare
la messa. All' Agnus Dei quattro monaci portanti il crocefisso,
l'acqua benedetta, dodici ceri accesi e l'incenso si avvicinano
alle cataste di legno per appiccare il fuoco: tra le due pire uno
spazio largo appena un braccio e lungo dieci costituisce il
passaggio attraverso il quale dovr camminare il monaco Pietro
quando le due cataste saranno in piena combustione. Appena le
prime fiamme si levano dal rogo un'immenso clamore del popolo sale
al cielo. Poi d'un tratto il silenzio pi attento: un abate legge
le condizioni del giudizio di Dio. Se il monaco Pietro riuscir a
passare illeso fra le fiamme, ci significher che il vescovo
Pietro  simoniaco. Con pedantesca meticolosit si prega Gregorio
(forse il primo console del comune fiorentino?) di fungere da
notaio e d'attestare la validit della prova. Si avvicina alla
fine il grande momento. Pietro si spoglia della dalmatica [veste
liturgica a forma di tunica] e degli altri ornamenti sacerdotali e
con un crocifisso in mano, incedendo processionalmente tra il
canto dei monaci e della folla, si avvicina al rogo ormai ardente.
Con voce chiara, tra le lacrime degli astanti, rivolge una
commossa preghiera a Cristo, poi impavido, lentamente, entra tra
le fiamme e ne esce di l a poco completamente illeso. Un urlo
immenso si leva dalla folla: Dio si  pronunciato, il vescovo 
simoniaco. Il monaco Pietro, che per la prova subita si chiam
poi Pietro Igneo e, elevato al cardinalato, fu uno degli uomini
pi venerati alla corte di Gregorio settimo, viene salvato a
stento dalla furia fanatica della folla che vuole a tutti i costi
baciare le sue mani e i suoi piedi, toccare i lembi delle sue
vesti non offese dal fuoco.
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